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  • Claudio De Vita

TRA IL POP E IL BLUES C'È DI MEZZO SAMUELE PROTO

Vincitore del “Deejay on Stage” nel 2019 con il singolo “Fukushima in galleria”. Sul palco di Radio Italia Live in piazza del Duomo a Milano e negli studi di Cologno Monzese. Nell’ottobre del 2019 esce l’album d’esordio “33 stradale” che raggiunge 80 mila streams in una settimana e finisce dritto nelle playlist indie di Spotify. Nuovo album in arrivo. Talento straordinario. Posseduto dal demone del Blues. Ciao Samuele!

Oltresuno: Un palmarès di successi e di produzioni formidabili ma non finisce qui, le sorprese saranno ancora tante. Ora però facciamo un passettino indietro e ritorniamo alle origini: da dove è partito Samuele Proto?


Proto: La passione per la musica è arrivata dalla mia famiglia. Mio padre e mio fratello suonano la chitarra e son cresciuto con le chitarre sparse per casa. Ho iniziato un po’ tardi, più o meno a 14 anni dopo aver visto un live di John Mayer, ricordo, sul canale 700 di Sky. Era la replica del “Crossroads” 2004 con Eric Clapton. Sono rimasto folgorato. Da lì ho iniziato a suonare la chitarra. Verso i 17 anni ho iniziato inevitabilmente a scrivere perché è una cosa molto naturale, soprattutto se non hai un approccio accademico allo strumento.


Il 25 maggio del 2020 ti sei laureato. Qual è stato il tuo percorso di studi e perché hai intrapreso questa strada parallela alla musica?


Ho studiato economia e management. Non ho mai voluto precludere una delle due strade, sia per il piacere, per l’interesse dello studio e poi da un punto di vista pratico perché non avendo mai avuto un passato da studente di conservatorio non avrei avuto la possibilità di fare il professionista. Ho unito la musica e lo studio dell’economia perché mi interessava molto anche l’aspetto manageriale e discografico.


Nelle tue produzioni c’è una costante fondamentale che, unita al Pop, crea un mix incredibile ed è il Blues. Non posso far altro che chiedertelo: che cosa è per Samuele Proto il Blues?


A livello pratico il Pop è un po’ un pronipote del Blues quindi non è difficile la commistione dei due elementi. Il blues è modo di essere e di percepire il gusto dei suoni e le vibrazioni. Chi si sente un bluesman è un po’ come i metallari: parte tutto da un genere musicale ma diventa uno stile di vita. Quando ascolto il blues, per motivi inspiegabili, sto bene e questo penso venga prima di tutto.


Il tuo ultimo singolo “Sciamani di plastica” è un pezzo dal sound trascinante e frizzante, che ascoltato a tutto volume in macchina ti fa premere sull’acceleratore. Ce lo racconti?


Quel pezzo come si sente è chiaramente un pezzo scritto e pensato più che altro da un punto di vista musicale piuttosto che lirico. Viene da tutta un’influenza funky oltre che blues rifacendosi al periodo Motown. Dal punto di vista lirico, il testo nasce da una riflessione semplice sull’incertezza dei rapporti umani. Amarsi ed essere attratti l’uno dall’altro vale solo in un determinato momento e contesto storico o solo una questione di energia e vibrazioni? Ecco qual è il quesito che mi ha spinto a scriverne il testo.


“33 stradale” è il titolo del tuo primo album. Come mai hai scelto come titolo il modello di una vecchia Alfa Romeo?


Alla base c’è una passione per le auto e per l’Alfa Romeo in particolare. Il nome è nato perché quel modello fu particolare, un prototipo, ne hanno fatte pochissime. Nasce come un progetto artigianale ma è rimasto nella storia per la sua formidabile bellezza. Il mio intento è stato quello di auspicare la stessa sorte al mio disco pensando: “sto facendo qualcosa che nel suo piccolo può essere molto importante in primis per me stesso e poi per gli altri”.


Una buona parte dei cantautori arrivati ad un certo punto smettono di concentrarsi sullo strumento per dedicarsi di più al canto. Tu hai deciso di tener salde le due componenti e stupire tanto con la tua voce quanto con la tua chitarra, soprattutto in tempi come questi in cui gli strumentisti talentuosi scarseggiano. Pensi sia la tua arma vincente?


È tutta una questione di contesto. In Italia in passato si è sempre dato più peso al canto e alle liriche. Mentre De Andrè, Guccini o Dalla erano ormai venerati soprattutto per i loro testi alcuni hanno voluto invertire la polarità come Pino Daniele o Ivan Graziani che hanno sempre dato più importanza all’aspetto chitarristico e strumentale. Secondo me è un po’ un circolo che si ripete ed è ciò che sta accadendo anche oggi dove è difficile trovare artisti che siano prima strumentisti e poi compositori e cantanti. Poi entra in gioco anche il fattore “discografico” che regola ciò che è di tendenza. Di ragazzi molto bravi come musicisti ce ne sono tanti e penso quando tornerà in voga lo strumento a livello discografico verranno tutti fuori.


Dalla tua musica è facile intuire che sei un ottimo ascoltatore oltre che essere un bravissimo artista. Chi sono gli artisti che di solito ascolti?


Come ti dicevo prima il mio riferimento è John Mayer. Io ho fatto un percorso un po’ al contrario: sono partito da artisti contemporanei come lui e sono andato a ritroso scoprendo gli artisti del passato. Mi sono chiesto: “come mai John Mayer canta e suona così?” e da lì ho scoperto Stevie Ray Vaughan poi da lì ho scoperto Hendrix, Muddy Waters, B.B. King, Buddy Guy e compagnia bella. Per quanto riguarda la musica italiana, Battisti rimane il mio idolo. Io sono un ascoltatore molto più attento alla musica che al testo quindi se dovessi dirti due nomi ti direi Battisti e Pino Daniele piuttosto che De Andrè. La mia fortuna è stata quella di partire dal Blues e nel momento in cui ti ritrovi ad avere una passione per ciò che è la base della musica moderna, esplori e vedi tutto con un altro punto di vista, inizi a scoprire il Rock ‘n’ Roll con Elvis, poi i Led Zeppelin, i Pink Floyd e allora poi vai su artisti progressive italiani come la PFM fino ad arrivare ad aver scoperto un po’ tutto.


Recentemente hai avviato un progetto molto ambizioso: Shed626 music hub. Vuoi parlarci di questa tua creazione?


È un progetto che mi porto dietro da anni. L’idea è di creare un incubatore per progetti artistici. Siamo riusciti in due anni a creare la società, le risorse, il capitale umano, le infrastrutture, per poter creare questo grande ufficio dove all’interno c’è lo studio di produzione, reparto marketing, grafiche per cui un ragazzo che scrive musica entra dalla porta con una canzone scritta chitarra e voce ed esce potenzialmente con il disco stampato da poter pubblicare. Questa è l’idea di base, noi stiamo partendo dalla musica ma vorremmo poterci espandere e trattare l’arte a 360 gradi, quindi pittura, scrittura. Siamo tutti giovani, tutti meno di 25 anni. Partiamo da una realtà fiorentina paradossalmente povera d’arte ed è ciò che ci ha spinti a dare vita a questo progetto.


“Mi ha chiamato personalmente il 1974. Ho risposto di sì!” hai scritto in un post riferendoti al tuo album in arrivo. Questa frase suscita in noi parecchia curiosità. Ci daresti qualche chicca sul tuo nuovo lavoro?


Prima di tutto mi dispiace che l’album non sia stato ancora ultimato a causa della pandemia. Per me sarebbe un peccato rilasciare il disco in questo momento. È una cosa un po’ controtendenza perché oggi si pubblica di continuo per rimanere sul pezzo. Io ho pensato di fare alla vecchia maniera con una pubblicazione pesante, un lavoro pesante. La mia frase che hai citato viene dal fatto che il disco prenderà di riferimento quegli anni lì ed è una bella sfida. La discografia italiana pian piano sta tendendo più verso la strumentale, io volevo fare una cosa proprio incentrata sulla strumentale, a tratti progressive. A me piace la musica degli anni ‘70 ed è ciò che davvero mi diverte, ecco perché il mio album prende di riferimento quel modo di fare musica.


In bocca al lupo per tutto, per l’album e per i tuoi numerosi progetti futuri. E tanto per citarti, Stay Blues!

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