Cerca
  • Alessandro Calzolaio

SEE MAW: UN VIAGGIO AGITATO TRA I MEANDRI DELL’ELETTRONICA E DEL CANTAUTORATO

Simone Sacchi, in arte See Maw, ragazzo classe 1996 di Milano è uno dei profili più interessanti della nuova generazione.

Dopo i primi due EP, “Ghiaccio” e “Depre mood”, e il debutto con “A luci spente”, pubblica per Undamento i brani “Fuoco in corpo” e il recentissimo “Circo in testa”.

Scrive, compone e produce pezzi freschi come un’avvolgente brezza marina, capaci di coinvolgere gli ascoltatori in un eccitante ed introspettivo viaggio emotivo.


OltreSuono: Ciao Simone, benvenuto su OltreSuono! Possiamo dire che, dopo i tuoi due primi EP (Ghiaccio e Depre mood) e il debutto ufficiale con “A luci spente”, ti sei letteralmente imposto tra gli artisti più interessanti della nuova generazione; tuttavia navighi nel mondo della musica da tempo, hai raccontato in altre interviste di aver iniziato a produrre a 14 anni, poi Liceo Musicale e Laurea in Nuove Tecnologie dell’Arte a Brera: il tuo viaggio ha una direzione ben chiara o ti lasci naufragare nelle pulsioni che il mare della musica ti da? Cosa la tua esperienza artistica ti ha dato e cosa avrebbe potuto darti?


See Maw: Mi lascio naufragare un po’ dalla musica, perché, anche purtroppo, non ho una direzione precisa.

Nel senso che ritengo che chi ha una direzione precisa è un po’ più avvantaggiato; è chiaro, è quella cosa lì, è riconoscibile dalle persone, che sanno che c’è quel tipo di sound intorno a lui.

Mentre io, saltando un po’ da un genere all’altro, sono difficile da inquadrare, da essere capito.

Questa non per forza è una cosa positiva: magari vado in fissa con determinati suoni o mi faccio influenzare da ciò che ascolto, e poi viene fuori una roba mia, che inevitabilmente ritorna ad essere un po’ cupa, nonostante magari suoni happy, perché il problema è che quello non happy sono io.


Il 2021 sembra essere l’anno dei producers e del clubbing, un genere con un passato stigmatizzato ed erroneamente mal pregiudicato, ma che ora sembra essere tornato in voga; tu componi e produci in completa autonomia, variegando e sperimentando tra i vari meandri dell’elettronica.

Quanto è importante sperimentare e giocare con i beats, per far proprio un genere?


Sperimentare è importantissimo, più che altro, come è stato ben detto, è un gioco: per me il tempo libero è questo.

C’è stato anche un periodo in cui ero molto ossessionato e non vedevo l’ora di tornare a casa, e rimanevo lì a produrre fino alle tre-quattro del mattino; perché poi è un flusso non è che smetti, non puoi dire: “Smetto, lo riprendo domani.”, sei gasato, se viene fuori una roba figa rimani lì.

Questo poi vale un po’ per tutti gli ambiti in cui c’è creatività, come un grafico che ha un’idea non va a letto finché non la mette giù, stessa cosa vale per la musica: ti metti lì, sperimenti, giochi; poi magari il giorno dopo ti fa cagare e la devi rifare.


Vocazione elettrica ma non solo, in molti hanno definito la tua musica come un elettropop, ma con sfumature evidenti di cantautorato. Credi che questo approccio filo-narrativo renda più piacevole un genere musicale, che molto spesso comunica con poche parole? E’ più difficile creare il pezzo giusto o scrivere il testo giusto?



Per quanto riguarda il testo, ogni testo che scrivi serve un po’ da scuola; si migliora di testo in testo.

Ci sono alcuni miei brani come “Il morto” e “Champagne” che sono molto più filo-narrativi di altri, tuttavia credo che il metodo di scrittura a mo’ storytelling sia più difficile da realizzare; in questo Massimo Pericolo ha rivoluzionato un po’ la cosa, lui è molto bravo e lo ha dimostrato in pezzi come “Amici” e “Fumo”.

Fare lo storytelling in modo non “cringe” è difficile.

Ad esempio “Il morto”, è un brano che ho scritto all’inizio e in quel periodo nei primi testi cercavo sempre di fare lo storytelling, non immagini quanti provini ho buttato; “Il morto” invece mi piace ancora adesso, per l’immaginario e il mood che ti dà.

Io di solito mentre produco canticchio, mi immagino il flow e la melodia, e poi magari abbino una prima bozza di testo; in primis la cosa che mi interessa è che deve suonare bene.

Il timbro e il sound sono mezzi più forti del testo, in qualità di producer mi interessa di più: 51 percento melodia, 49 testo.


Ami e racconti Milano tanto da averle dedicato un pezzo; tuttavia nelle tue canzoni si percepisce un sentimento di nostalgia della provincia.

Tu stesso hai raccontato di esserti trasferito, con Dado Freed, dalla provincia alla metropoli.

Alcuni credono che la Provincia crei dipendenza: quanto questa ti ha dato; quanto ti ha influenzato?

Come provincia e metropoli si fondono nelle tue canzoni?


Allora io sono nato in provincia e mi sono trasferito all’età di tredici anni in borgo Villa Maggiore, a Sud di Milano, dove non c’era letteralmente niente; non ho vissuto la classica provincia dove hai la tua compagnia e giravi per la tua zona, avevo i quattro amici del borgo, ma per il resto viaggiavo sempre a Milano.

Prendevo il treno per Milano-Garibaldi e con trenta minuti ero lì, quindi ho vissuto Milano sia come ospite, che come residente.

Questo mi ha influenzato molto, magari chi ci vive non nota quelle cose a cui un ospite fa caso: io ho visto sia i difetti di Milano, vivendoci, che i pregi, da ospite.

Mi piace molto Milano, architettonicamente sia vecchio che nuovo, bella proiettata verso il futuro, molto multi-etnica.

Nei miei primi due EP si sente molto Milano, mi ha formato; quindi poi, essendo divenuta parte integrante di me, è diventata un sotto-testo, non più argomento.


I tuoi pezzi, freschi come brezza da volersi sentire addosso, cullano gli ascoltatori in un bellissimo, ma anche agitato, viaggio onirico e introspettivo in cui si ha il tempo fermarsi a riflettere su ciò che si ipotizza tu voglia trasmettere: quanto Simone c’è nelle storie che racconti? Lasci più spazio alla fantasia o all’esperienza personale nei quadri che dipingi?


Allora, ad esempio in “Il morto” c’è un immaginario molto fantasioso nel quale non mancano le mie preoccupazioni e il mio modo di vedere le cose.

Poi ho imparato a raccontare le mie esperienze personali, parlando però sempre dal sistema di riferimento di Simone, scrivendo di quelle cose che sono condivisibili da altri, perché Simone non è fuori contesto e fuori dal mondo, siamo tutti la stessa cosa.


In “Fuoco in corpo” canti: “Sto diventando pazzo, perché qui intorno è così calmo, Io c’ho una festa dentro, dentro di me, ballando scorderemo il tempo perso fra noi due”.

Quanto credi abbiano influenzato le chiusure e le decisioni prese in merito al mondo dei professionisti d’arte e dello spettacolo? Ai tuoi pezzi quanto manca far ballare le persone? Senti che la tua musica abbia perso del tempo? Il Covid in qualche modo, con il grigiore e la routine che ha imposto alla vita degli italiani, è stato un paletto per la tua attività artistica?


Tanto. Anche se non ho fatto così tanti live da dire: “cavolo sono la mia linfa, sangue.”, più che altro mi manca ballare, avere un po’ quella magia, quel mood lì, stare sotto cassa un po’ fatti con gli amici (ride ndr).

Emozioni che mi piacerebbe riprovare.

Prima del Covid ho fatto pochi live, bellissimi, che mi hanno gasato un sacco: vorrei farne ancora, con i pezzi nuovi magari, soprattutto quelli che dovranno uscire, saranno belli spinti, vivaci, un po’ da pogo, da sfogo.


Il tuo ultimo singolo si intitola “Circo in testa”, ma cos’ha See Maw in mente per il futuro?


Il mio obiettivo è lavorare con la musica e licenziarmi dal lavoro che ho, se non come cantautore, come producer per altri.

Parliamoci chiaro, la musica è la mia vita, linfa, sangue. Non voglio fare altro.



0 commenti