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  • Enrico di Noia

LA LUNA NERA

Dal metal alla produzione di Enzo Dong, Nicola Siciliano e Vale pain.


Qualche tempo fa abbiamo fatto una chiacchierata con Matteo Bruno, in arte La Luna Nera, produttore di alcuni dei brani più ascoltati nell’ultimo periodo nello scenario trap/hip hop per Enzo Dong, Vale pain e Nicola Siciliano. Ci ha raccontato di un background inaspettato nel metal e nella musica live, delle sue uscite “elettroniche” all’estero e ci ha concesso anche dei consigli per chi si interessa a questo settore lavorativo per la prima volta.

Vorrei cominciare chiedendoti, dato che hai iniziato in tempi non sospetti quando i producer non erano ancora al centro dell’attenzione mediatica, vuoi anche per l’avvento della trap, come nasce questa passione e come poi si è trasformata in un lavoro vero e proprio, quando hai capito che avresti voluto vivere di questo.


La luna nera: Devo dire che ho una storia abbastanza banale, nel senso che come molti da ragazzino suonavo la chitarra, la mia famiglia era numerosa e mio padre e i miei fratelli suonavano: insomma nulla di particolare. Ho avuto negli anni poi un po’ di idee diverse riguardo al mio futuro: inizialmente avrei voluto suonare in un gruppo, crescendo mi ha affascinato la musica elettronica, i club, le discoteche, anche perchè vivendo in una cittadina (siamo ventimila anime) tutto ciò che all’esterno era già un must a livello culturale da noi arrivava sempre in ritardo, scarnito, così questo mondo mi affascinava. A diciott’anni però non sai bene che vuoi fare e avevo anche un’idea distorta del mercato, però la certezza era quella di voler vivere suonando: così sono andato a Firenze, chitarra in braccio, e per due anni ho militato con un gruppo metal, un mondo del tutto differente se penso a ciò che faccio oggi. Pensai anche a una università in ambito musicale, ma l’offerta di dieci anni fa mi lasciò abbastanza basito e con una piccola e specifica scelta, così ho continuato a fare tanta musica live. Pochi anni dopo mi sono accorto che questo aspetto non mi interessava più di tanto, che vivere di musica può significare molte cose, così mi sono accorto che lo studio di registrazione, che avevo conosciuto grazie ai due album registrati con la band, mi interessava particolarmente. Avvantaggiato dallo studio dello strumento che fino a quel momento avevo suonato, con i soldi che mettevo da parte da lavoretti come stagista o apprendista, ho iniziato pezzo per pezzo a costruire il mio piccolo studio: il problema a quel punto era di capire come utilizzarlo al meglio. Ho cercato delle scuole ma vi assicuro che eran ferme a 25 anni fa: non veniva insegnato un lavoro ma solo teoria e io avevo i “carboni al culo”, passatemi il termine, di cominciare a lavorare e di non spendere i soldi messi da parte per informazioni che avrei potuto trovare su internet o in libri da solo. Ho preferito quindi affiancarmi privatamente a chi già era nel settore e sono entrato in uno studio qui nella mia zona, il Groove Eater Studio, dove lavoro tutt’ora curando mix e master di dozzine di brani di qualunque genere. Grazie a questo possiamo confrontarci con alcuni dei più grandi sound engineer come Luca Pretolesi (Studio DMI), Alberto Schettino (Fuseroom) e altri.

Una volta assicuratomi di portare qualche soldo a casa con lo studio, ho iniziato a mettere sempre di più le mani nei pezzi e ho creato il mio primo progetto “Luna”, con il quale facevo prettamente musica elettronica anche abbastanza “violenta” per intenderci, con sole release all’estero sparse fra l’Olanda, il Canada, l’America e riuscendo in quattro anni a fare quello che per me era la mia milestone, ovvero 8.000.000 di stream in totale. Questo mi ha aiutato a capire molte cose sul mercato musicale, al 90% in fatto di contratti e di soldi, ma anche di diritti, su cosa puoi e non puoi fare. Dopo ho capito che “schifare” l’Italia era sbagliato e che se non sei ben apprezzato in casa tua non puoi essere apprezzato a pieno fuori. Così mi son affacciato al mercato nazionale con “La Luna Nera” e il primo ad accogliermi è stato Enzo Dong.


E quelle di Enzo, come le altre produzioni, sono sicuramente stati dei successi fissando un nuovo traguardo da 22.000.000 di stream nel 2020. Come nasce una produzione di questo calibro? Esiste un’ispirazione, una scintilla?


Molto dipende da quanto dialogo si ottiene con l’artista, perché comunque un produttore deve “accontentare”, anche se è un brutto termine, e comprendere a pieno gli input che gli vengono dati. Bisogna quindi scendere a dei compromessi, si fanno degli ascolti di reference e insieme si capisce in che direzione andare. Io di solito mi oriento sempre cominciando a cercare un giro melodico, esattamente come quando scrivo da solo, però ovviamente bisogna dare all’artista qualcosa con il quale spaccare e soprattutto quando il cantante o rapper di turno ha bisogno di un beat per scrivere, sei tu a dover dare a lui l’ispirazione, e si tratta davvero di entrare nella testa di una persona, cosa molto complicata. Parlando con termini più tecnici, io sono un “campionatore”: ho sempre amato utilizzare piccoli pezzi di altre canzoni e stravolgerli, rifacendomi anche ai produttori con i quali sono cresciuto e parlo di Dr. Dre o Eminem, che facevano esattamente questo e tiravano fuori le hit. Questo per me è anche un ragionamento molto onesto, perché ad esempio per “A Cap Pa Guerr” ho campionato un giro di pianoforte scritto e suonato da un musicista professionista che io non potrei mai riprodurre da me: quindi sono contentissimo di prendere il suo. La missione poi sta nell’utilizzare ciò che trovi suonato da musicisti in gamba e stravolgerlo, con pratica, perché sono dell’idea che la scintilla, l’ispirazione, non ti basta: sono le 18 ore chiuso in uno studio da 5 anni, l’esperienza che ne deriva, che ti da la capacità di lavorare con tutti questi suoni che trovi, esattamente come in una band ma da solo, unirli e farli funzionare.


Oggi sono sicuramente più di 20 anni fa i ragazzi che si lanciano nella produzione piuttosto che nello studio di un singolo strumento: il mondo dei producer ha preso molto piede e forse anche questa nuova e meritata importanza che hanno assunto (pensando ai tag ad esempio, prima non utilizzati) ha spinto i più a comprare le prime attrezzature e a ritrovarsi poi spaesati in un universo vastissimo come quello della produzione. Potremmo dare tre consigli, anche se magari sarebbero centinaia, per iniziare a capire come lavorare in questo settore?


Questo sicuramente è la domanda più difficile che mi avete fatto. Quello che ho notato insegnando in una scuola privata di musica a ragazzi di 15/16 anni è che a volte dare consigli può creare soltanto dei malintesi. Credo che quello che mi abbia portato dove sono adesso è più un discorso di carattere che di bravura: non penso di essere più bravo di altri ma sicuramente più gentile, educato e so stare al mio posto, so quando parlare e quando avere la bocca chiusa. Vi assicuro che questo è il primo dei consigli che effettivamente mi sentirei di dare a chi vuole lavorare in questo settore. Serve un rigore nel porsi, nel chiudere contratti, non esiste il giudizio su colleghi, non è richiesto. Posso dirvi che ho conosciuto ragazzi, ma anche adulti, che sono molto bravi ma si comportano come coglioni: quindi perché dovrei trattare con te che sei in gamba si, ma sei un coglione? Ce ne sono molti altri, sempre.

Volendo dare altri due consigli, sicuramente direi prima di tutto di informarsi sul mercato nel quale stai entrando, perché le richieste e i ruoli sono molti: c’è il beatmaker, il producer, il songwriter, il tecnico di mix, di master, insomma un mondo. Quindi non partire in quarta comprando attrezzature o strumenti seguendo il sentimento del momento, quello è l’errore che ho fatto io e che mi è costato anni di apprendimento passivo dopo il quale mi accorgevo di fare qualcosa che non mi piaceva. Questo non vuol dire tappare le ali ma solo essere coscienti. Fare musica ragazzi è obiettivamente un lavoro difficile, lavori con la moda, con la cultura, con i gusti: domani l’industria cambia e tu ti adegui, niente è sicuro quindi non puoi inserirti in un mercato che non capisci a pieno e nel quale non hai un ruolo definito con l’idea del “faccio l’artista”.

Terzo, anche se ce ne sarebbero altri mille, bisogna accettare che non è una gara con nessun e se la prendi come fosse una gara l’hai già persa in partenza. Solo pensare di mettersi lì a criticare e a vedere chi è più bravo non esiste a livello alto, al massimo esiste tacito rispetto. Il 90% dei produttori che hanno avuto momenti di notorietà e poi sono spariti è proprio perché han voluto mettersi in competizione, non erano precisi nelle timeline, nelle consegne: è un lavoro questo, quindi la competizione va tenuta fuori; l’ambito musicale è gusto, non si può decidere chi è più bravo in base a chi fa più stream perché ci sarà sempre quello che ne fa di più di te. Si cade ancora nel discorso dell’odio gratuito: voi avete mai visto qualcuno che entra in un negozio e inizia a dire che fa tutto schifo? No, allo stesso modo non è pensabile che fra artisti si vada a commentare il lavoro di altri, molto spesso senza sapere la storia, il processo che c’è stato dietro, solo perché lì magari vorrebbero esserci loro.


Torniamo al tuo arrivo in Italia e all’incontro con Enzo: com’è avvenuto e com’è stato, passami il termine, spaccare alla prima uscita?


Bisogna cominciare dicendo che io ero un fan di Enzo, quando contatto un’artista non mi baso mai sui numeri ma solo sul risultato che può uscire dalla collaborazione, quindi prima ho provato a fare la produzione e poi gli ho scritto, tra l’altro su Instagram stupidamente perché il suo manager, che poi ho conosciuto, per mail non mi aveva notato, come normale che sia. Fatto sta che gli scrivo, gli spiego in breve il mio background, e lui dopo aver ascoltato le tracce mi dice che ciò che avevo mandato non gli serviva ma che avrei potuto provare a fare la traccia mancante del disco in uscita cioè “Te quiero”. Il pezzo è andato bene e siamo arrivati poi ad “A Cap Pa Guerr” che è stato per me il carico di responsabilità maggiore per diversi fattori: doveva essere il singolo per l’estate ed era il primo featuring con Nicola Siciliano, quindi due bacini di utenza grandi. Inizialmente ci eravamo buttati in un pezzo del tutto diverso, molto reggaeton pensando solo al fatto che la gente fosse al mare e che quindi avrebbe voluto qualcosa del genere. Poi abbiamo cambiato idea, buttato tutto e tenuto solo qualche strofa per arrivare al pezzo che è poi uscito e che è andato molto bene arrivando a 10.000.000 nonostante, e lo dico senza problemi, era un pezzo totalmente in napoletano e che anche io a volte ho dovuto farmi spiegare, quindi difficile da far arrivare a livello nazionale. Riassumendo: bellissimo lavorare con loro ma senti il giusto carico di responsabilità, anche perché io sono super d’accordo con voi sul discorso del produttore che sta, a partire dagli anni ’70, aumentando il proprio ruolo, la propria visibilità, quindi il peso del lavoro che fai, delle cose che fai uscire e non meno importante di ciò che dici e delle dichiarazioni che rilasci è importante.


Vorrei parlare con te del panorama trap attuale: in questo genere la figura dell'artista sembra ricoprire un ruolo estremamente importante, l'apparire è una parte del lavoro stesso, spesso spinta più allo sfoggiare che al semplice mostrare. Secondo te, quanto è importante questo aspetto e quanto influisce poi sul merito qualitativo che effettivamente un'artista possiede? C'è qualcuno in Italia che meriterebbe più attenzione?


Parlando di chi meriterebbe, non voglio farti dei nomi perché l’Italia è un paese pieno di gente fuori dal comune e non vorrei lasciar fuori qualcuno che al momento non mi viene in mente. Parlando invece dal punto di vista dell’estetica, sicuramente incide in maniera molto efficace sul mercato, serve a vendere un prodotto. Un grande trapper, senza far nomi, crea un sacco di posti di lavoro e quindi se lo sfoggiare può aiutare in questo, ben venga. Sotto l’aspetto qualitativo non incide, non incide sul lavoro fatto in studio o in scrittura, però di sicuro influenza l’ascoltatore, perché un’artista che si pone in un certo modo viene messo su un livello differente da un emergente che magari non può farlo, da una garanzia passiva, appare più “grande” anche se magari ciò che fa non ti piace. A livello reale ovviamente inutile dire che se un’artista va forte, fa grossi numeri, è perché c’è della qualità, non da una vita lunga l’apparire.


Guarda Matteo io ti ringrazio per questa intervista, è stato bello toccare certi temi e sei stato estremamente esaustivo nel trattarli. Ti saluto con una domanda di prassi: quando ascolteremo qualcosa firmato La Luna Nera?


Ringrazio voi per avermi ospitato; vi rispondo all’ultima domanda dicendo che dato il periodo che stiamo vivendo, non posso darti una risposta precisa: stiamo lavorando ma le uscite sono bloccate, tutto ciò che sta uscendo lo sta facendo per contratti manageriali che non possono essere cambiati. Il periodo che ci aspetta sarà un disastro, perché tutte le grandi uscite si accavalleranno e anche se ben divise, senza sovrapporsi in giorni e date, asfalteranno tutti gli artisti minori che non avranno visibilità. Ci sarà anche una grande revisione del mercato, perché senza poter fare live il 50% dei guadagni non ci saranno e quindi si abbasseranno i budget per le nuove produzioni. Sarà tutto complicato, sicuramente, però riprenderemo sicuramente a pieni ritmi e presto.

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