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  • Matilde Inzoli Govoni

DALLE SBARRE ALLE BARRE: LA LIBERTÀ CHE KENTO CREA CON LE PAROLE

Una delle prime voci che appaiono su Google quando si accoppiano le parole “carcere” e “rap” è il Ted Talk, pubblicato il 9 luglio 2021, di Kento, rapper calabrese che da dieci anni lavora negli IPM (Istituti Penitenziari Minorili) facendo “l’insegnante di rap”.


Il 28 gennaio di quest’anno Francesco Carlo ha pubblicato “Barre”, un mixtape tratto dall’omonimo libro in cui racchiude il suo incontro con ragazzi che, fin dalla prima infanzia, non hanno conosciuto altro che violenza verso gli altri e verso se stessi, e rabbia – tanta rabbia – mai incanalata in qualcosa di diverso dal crimine.

Nella mente di un ragazzino i pensieri, spesso confusi, fanno a pugni con la difficoltà di espressione: avere sentimenti è un lusso concesso ai pochi che non hanno dovuto imparare a riconoscere i suoni delle sirene per capire quando è il momento di fuggire. La mano di Kento riesce ad aprire la porta delle menti di questi giovani, a togliere il lucchetto che costringe le loro idee alla claustrofobia, e da questa fuga nascono testi come “Orologi molli”, “Mia” o “Odysseus”.

Queste canzoni racchiudono i tre temi centrali del disco: il tempo, il senso di perdizione e l’amore.


Quando sei in carcere, il tempo è come un Giano bifronte: una faccia si volge al Passato, il quale ha tutta l’aria di essere un’ombra nera da cui cerchi di fuggire – ma che sai essere attaccata a te; l’altra, invece, ha l’aspetto di un fantasma pallido di nome Futuro, che ti guarda appoggiato alla soglia dei giorni fuori dalla cella e ti sorride teneramente, aspettandoti. Tu vorresti raggiungerlo, ma il Passato ti tira indietro per il bordo della maglietta, bloccando la tua corsa verso il domani.


In “Odysseus” il senso di perdizione è dietro ogni strofa, nascosto dalla richiesta alla Musa di cantare la vita degli uomini – “Ἄνδρα μοι ἔννεπε, Μοῦσα”. E gli uomini di Kento non hanno neppure vent’anni, naufraghi in balia delle onde di un sistema che, a volte, sembra dimenticarsi di loro – e l’unico marinaio che riesce a portarli in salvo ha l’aspetto di un signore calabrese di mezza età che canta le loro storie. Essendo uomini, vivono trainati dalle pulsioni – e non c’è pulsione più grande dell’amore, in tutto il suo essere struggente perché impedito da barriere e da sbarre. La figura femminile di questi testi è una salvatrice carica di un’umanità disarmante - va a scuola, studia, frequenta i ragazzi più grandi – e, generalmente, aspetta lo scrittore alle porte del Futuro, come una Penelope che tesse la sua tela in attesa del ritorno di Odisseo.


Comunicare il disagio della vita di un adolescente in cella tramite la musica, secondo Kento, è il modo più semplice per dare umanità e credibilità ai racconti di cui è testimone: in una società dove il carcerato è considerato come uno scarto, ciò che esce dalla sua bocca ha meno valore del niente. Ma se la stessa storia è cantata da un rapper, acquista credibilità e diventa un ritornello che muove le labbra della bocca di tutti, arrivando ad accomunare il libero e il prigioniero.


E mentre ascoltavo questo mixtape, nato tra sogni lunghi come una strofa e celle ampie come un beat, ho pensato che l’unica differenza tra me e questi ragazzi è che le mie sbarre non si possono toccare.


Barre alla finestra servono per non scappare

Barre sopra i nomi di chi va per non tornare

Barre scritte fitte ed ognuna pesa un quintale

Barre, sono barre, solo barre da spezzare

- Barre da chiudere, Kento

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