Cerca
  • Valeria Capuani

CARLO CORBELLINI RACCONTA LA BAND CHE STA PORTANDO L’IMMAGINARIO PSICHEDELICO IN ITALIA

Carlo Corbellini, classe ’99 è il cantante e produttore dei Post Nebbia, una band nata nella realtà padovana ma che tra tour nazionale e collaborazioni inizia a viaggiare nelle orecchie di tutta Italia; l’ho incontrato proprio in casa, rigorosamente ad orario Spritz, per parlarmi di come un artista che cerca l’elemento disturbante, scomodo e allucinogeno vede la realtà e il panorama musicale di oggi.


Oltresuono: Ciao Carlo, innanzitutto vorrei chiederti come va, come sta la band, come sta andando questo periodo?


Carlo Corbellini: Bene, siamo più o meno a un terzo del tour ed è figo perché stiamo finalmente vedendo la risposta “umana” e non solo a livello di numeri su Spotify, ed è una bella risposta quindi siamo molto contenti di questo inizio.


Perché “Post Nebbia”?


È venuto fuori così a caso. Il gruppo precedentemente si chiamava “Mist”, che vuol dire foschia, e tra una roba e l’altra poi è venuto fuori Post Nebbia che è abbastanza evocativo sia per quanto riguarda le zone da cui proveniamo sia per la musica che facciamo, e ci ha sempre dato grandi soddisfazioni come nome.


Padova è stato un posto gentile con voi oppure avete faticato per farvi ascoltare?


È stato un posto molto gentile con noi, in quanto c’è questa realtà, Sotterranea, che possiede anche un’etichetta, “Dischi Sotterranei”, ed ha cominciato nel 2013 con un collettivo di band che facevano dei concertini in giro per la città e che hanno iniziato a creare un minimo di terreno fertile per una futura scena musicale. Noi abbiamo fatto uscire il primo disco nel 2018 abbastanza a caso, con 50 euro di sponsorizzazione, lo hanno ascoltato i nostri amici, lo abbiamo suonato un po’ in giro e poi sono arrivati loro che ci hanno dato una mano. Chiaramente Padova non è Bologna, Milano, Roma, non ci sono grandi strutture per suonare la sera in inverno, però abbiamo trovato delle persone che ci hanno aiutato e che hanno fatto sì che il nostro percorso fosse graduale, senza “drogare” i numeri come si fa tanto in giro; parte del perché le cose vanno bene è anche merito loro.


Cosa distingue, come album, Prima Stagione da Canale Paesaggi?


Sicuramente l’età in cui l’ho fatto. Fare un disco a 16-17 anni e farne uno quando ne hai 19-20 cambia molto perché sono anni in cui cresci abbastanza in fretta e impari tantissime cose. Sicuramente è cambiata tanto la confidenza: fare musica, scrivere testi, cantare, produrre, permettersi di fare certe cose piuttosto di altre è tanto legato a quanta ne hai. Fare un primo disco è un passo particolare in quanto hai una vita di esperienze che ci finisce dentro: mentre il primo era quindi più biografico, il secondo è stato più una sperimentazione ed è quello che mi sono divertito di più a realizzare.


La maturità di cui parli riguarda i temi trattati o il livello tecnico?


Entrambe le cose. C’è un’evoluzione in entrambi i sensi.


Cosa mi dici della collaborazione con Frah Quintale?


Ho fatto una produzione, non come Post Nebbia ma come Carlo, per il suo nuovo disco; abbiamo iniziato questo pezzo intorno a maggio, lui mi ha scritto, gli ho girato un po’ di beat e abbiamo messo insieme una roba che poi lui e Ceri (Ceri Wax nda) hanno riarrangiato. È stato molto interessante lavorare con una realtà come quella. Chiaramente è diverso rispetto al lavorare con le mie cose perché quando fai produzioni sai che non lavori per la tua espressione ma per quella di qualcun altro (un po’ come fare il sarto), dovendo cedere quindi una parte di controllo, del quale io sono un maniaco totale. È stata una bella esperienza, molto divertente e mi auguro di ampliare il campo delle produzioni anche ad altri artisti.


Nel sound e nei testi dei Post Nebbia c’è sempre questo concetto di loop, che hai dichiarato tu stesso essere una sorta di meditazione per te: hai mai paura che questo circuito chiuso possa trasformarsi in un circolo vizioso?


Assolutamente sì. Diciamo che c’è anche una ragione tecnica dietro questo concetto: io ho imparato a produrre beat sul computer con un’impostazione molto da basi hip hop vecchio stile, che è la cosa più facile che ti permette di esplorare tutti gli elementi a disposizione. Lavorare al computer e non in sala prove ti mette una forma mentis di “copia e incolla”: tante volte finisco imprigionato in quel modus operandi, e sto imparando ora a resistere e a provare a creare arrangiamenti con più “colore”. Quindi sì, c’è il rischio di rimanere intrappolati.


Anche a livello personale c’è questa paura che il loop ti intrappoli?


È una cosa che si può dipanare in vari campi, da quello che guardi su internet, alle persone che frequenti, alle cose che fai la sera… io comunque vivo a Padova da molto tempo e finisco per fare sempre le stesse cose, quindi ho un po’ la paranoia di essere fermo nel mio brodo a bollire, e tutto ciò finisce nella musica che faccio, con la claustrofobia che è un po’ sempre presente nei nostri pezzi.


In Canale Paesaggi la televisione morente la fa da padrone, come sottofondo disturbante: come ti approcci invece al mondo del cinema? Ha una qualche influenza sui tuoi testi e sulla tua creatività in generale?


Mi ritengo un appassionato non esperto di cinema. Fellini mi ha molto influenzato a livello artistico, di concezione dell’arte: mi piace che nei suoi film ci siano sempre ingressi psichedelici, dove partono delle scene che sembrano apparentemente normali e poi degenerano nel caos più totale. C’è proprio una piega allucinogena del reale, e anche l’elemento onirico, il subconscio mi fa impazzire nei suoi film. Anche Kubrick mi piace molto, e di recente un film che ho visto molto disturbante è Hausu di Obayashi.


Come immaginate il vostro futuro musicale? Volete rimanere in questa wave o uscire dalla vostra comfort zone sperimentando nuovi stili (come gli Arctic Monkeys in Tranquility Base Hotel Casino)?


Sicuramente uno dei miei più grandi terrori è rimanere fisso su qualcosa, voglio che ci sia un riconoscimento stilistico nelle cose nuove che produco, voglio che si senta che è roba che ho fatto io. Sto provando a rendere gli arrangiamenti più vivi e dinamici, e cerco di uscire dalla comfort zone anche a livello di produzione. Nelle nuove uscite probabilmente ci saranno più elementi Beatlesiani, anni ’60, ma devo ancora capire dove produrre in studio mi porterà. Ormai quelli che appartengono al nostro bacino di progetti artistici per forza di cose devono incorporare una qualche componente vintage e buttarci dentro qualche elemento fresco: non c’è più il nuovo ma l’originale adesso, con Spotify che non ti obbliga più a una selezione e puoi attingere quando vuoi a tutta la musica che vuoi, e ciò si riflette molto sul modo di fare musica oggi.


Finita l’intervista saluto Carlo, sospesa nel vuoto un po’ per via della conversazione “mistica” che abbiamo avuto, un po’ complice lo Spritz, e rivedo perfettamente la stessa atmosfera che i suoi pezzi producono nell’ascoltatore: un percorso in un ambiente dai contorni sfumati che si fa fatica a delineare, ma senza necessità di farlo per il piacere di godersi il viaggio.

0 commenti